La diffusione dei dispositivi connessi sta accelerando su scala globale e produce effetti concreti su politica, economia e società. Secondo il monitoraggio di IoT Analytics, il totale dei dispositivi connessi ha raggiunto 18,5 miliardi nel 2026, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente, e crescerà fino a 39 miliardi entro il 2030, superando i 50 miliardi entro il 2035. Questo boom non è solo numerico: è guidato dall’integrazione con intelligenza artificiale, che richiede sempre più dati e rende gli oggetti parte attiva di ecosistemi informativi.
L’idea che qualsiasi oggetto possa acquisire un’identità digitale nasce con il termine coniato da Kevin Ashton nel 1999: Internet of Things. Oggi quei «oggetti intelligenti» comunicano, raccolgono e scambiano informazioni, trasformando il rapporto fra persone e tecnologia. Ma il cambiamento non è solo tecnico: la progressiva attribuzione di senso e relazioni agli artefatti apre a una nuova lettura culturale e politica di ciò che possediamo e usiamo quotidianamente.
Numeri e tendenze: perché l’AI accelera l’IoT
La domanda di dati cresce in parallelo con le capacità di elaborazione: basti pensare che, come sottolinea il Microsoft AI Economy Institute, l’adozione dell’AI ha raggiunto 1,2 miliardi di utenti nel 2026, consolidando un’espansione più rapida di quella di smartphone e internet. L’adozione però resta diseguale: Paesi come Emirati Arabi Uniti, Singapore e Norvegia vantano percentuali di utilizzo superiori (rispettivamente 59,4%, 58,6% e 45,3%), mentre quasi 4 miliardi di persone mancano ancora di elettricità affidabile, connettività o competenze digitali di base. L’Italia si colloca al 25,8%, poco sopra la media del Nord globale (23%) e in linea con Stati Uniti (26,3%) e Germania (26,5%), ma lontana da Francia (40,9%), Spagna (39,7%) e Regno Unito (36,4%).
Infrastrutture e barriere linguistiche
Per rendere l’AI e l’IoT realmente inclusivi servono cinque elementi: elettricità, data center, connettività, competenze digitali e lingua. Il problema linguistico è cruciale: oltre il 50% dei contenuti di addestramento è in inglese, mentre le migliaia di lingue parlate nel mondo risultano quasi escluse, limitando l’accesso di ampie fasce della popolazione alle tecnologie emergenti.
Dalla tecnologia alla filosofia: oggetti che diventano cose
La trasformazione semantica dall’«oggetto» alla «cosa» apre una chiave interpretativa utile per comprendere l’impatto sociale della connettività. Seguendo riflessioni di pensatori come Remo Bodei, Heidegger e Agamben, si può distinguere un oggetto come entità con valore d’uso da una cosa che entra in relazioni, storia e cura collettiva. Quando un frigorifero segnala una scorta mancante o l’auto dialoga con il parcheggio, l’artefatto smette di essere mero strumento e diventa protagonista di reti relazionali che ridefiniscono il tessuto sociale.
Conseguenze pratiche
Questo passaggio implica una diversa attenzione alla progettazione, all’usabilità e alla responsabilità. Le interazioni machine-to-human richiedono che tecnici, filosofi e policy maker lavorino insieme per evitare che la tecnologia produca alienazione o disuguaglianze. La conversione in cose obbliga inoltre a ripensare normative, etica dei dati e meccanismi di partecipazione civica.
La nuova concezione di sicurezza: partecipata, anticipatoria, resiliente
Con l’interconnessione delle cose cambia anche il concetto di sicurezza. Come riportato da Giovanni Villarosa e da studiosi come David Omand, la sicurezza non è più solo difesa dello Stato ma un processo collettivo che integra protezione, intelligence e policy pubbliche. La strategia moderna richiede un approccio all-risk: prevenzione, anticipazione delle tendenze e capacità di ripresa sociale. La cooperazione fra cittadini, istituzioni e aziende diventa quindi centrale per rilevare segnali premonitori e intervenire prima che si manifestino crisi.
Humint, big data e tecnologie belliche
Nonostante il potenziamento degli strumenti digitali, la capacità umana di interpretare e contestualizzare le informazioni rimane essenziale. La Humint evoluta, integrata con tecnologie come riconoscimento facciale, analisi big data e sistemi di sorveglianza, continua a guidare le decisioni operative. Strumenti utilizzati in conflitti recenti, come sistemi di targeting basati su AI (Lavender, The Gospel, Where’s Daddy), droni suicidi (Harop, Rotem), torrette autonome e piattaforme di analisi massiva (tra cui Cloud Microsoft Azure o Palantir), dimostrano come la guerra informativa si basi su un mix di tecnologia e talento umano. La sfida è evitare che la sola accumulazione di dati soppianti la capacità di leggere il contesto e prevedere gli eventi, mantenendo al centro la formazione multidisciplinare degli analisti.
