Salta al contenuto
16 Maggio 2026

Crescita dell’IoT e ruolo dell’AI per la sicurezza nazionale e la Humint

Il collegamento massivo di dispositivi, l'ascesa dell'AI e la trasformazione degli oggetti in 'cose' cambiano il modo di intendere sicurezza, intelligence e resilienza

Crescita dell'IoT e ruolo dell'AI per la sicurezza nazionale e la Humint

La diffusione dei dispositivi connessi sta accelerando su scala globale e produce effetti concreti su politica, economia e società. Secondo il monitoraggio di IoT Analytics, il totale dei dispositivi connessi ha raggiunto 18,5 miliardi nel 2026, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente, e crescerà fino a 39 miliardi entro il 2030, superando i 50 miliardi entro il 2035. Questo boom non è solo numerico: è guidato dall’integrazione con intelligenza artificiale, che richiede sempre più dati e rende gli oggetti parte attiva di ecosistemi informativi.

L’idea che qualsiasi oggetto possa acquisire un’identità digitale nasce con il termine coniato da Kevin Ashton nel 1999: Internet of Things. Oggi quei «oggetti intelligenti» comunicano, raccolgono e scambiano informazioni, trasformando il rapporto fra persone e tecnologia. Ma il cambiamento non è solo tecnico: la progressiva attribuzione di senso e relazioni agli artefatti apre a una nuova lettura culturale e politica di ciò che possediamo e usiamo quotidianamente.

Numeri e tendenze: perché l’AI accelera l’IoT

La domanda di dati cresce in parallelo con le capacità di elaborazione: basti pensare che, come sottolinea il Microsoft AI Economy Institute, l’adozione dell’AI ha raggiunto 1,2 miliardi di utenti nel 2026, consolidando un’espansione più rapida di quella di smartphone e internet. L’adozione però resta diseguale: Paesi come Emirati Arabi Uniti, Singapore e Norvegia vantano percentuali di utilizzo superiori (rispettivamente 59,4%, 58,6% e 45,3%), mentre quasi 4 miliardi di persone mancano ancora di elettricità affidabile, connettività o competenze digitali di base. L’Italia si colloca al 25,8%, poco sopra la media del Nord globale (23%) e in linea con Stati Uniti (26,3%) e Germania (26,5%), ma lontana da Francia (40,9%), Spagna (39,7%) e Regno Unito (36,4%).

Infrastrutture e barriere linguistiche

Per rendere l’AI e l’IoT realmente inclusivi servono cinque elementi: elettricità, data center, connettività, competenze digitali e lingua. Il problema linguistico è cruciale: oltre il 50% dei contenuti di addestramento è in inglese, mentre le migliaia di lingue parlate nel mondo risultano quasi escluse, limitando l’accesso di ampie fasce della popolazione alle tecnologie emergenti.

Dalla tecnologia alla filosofia: oggetti che diventano cose

La trasformazione semantica dall’«oggetto» alla «cosa» apre una chiave interpretativa utile per comprendere l’impatto sociale della connettività. Seguendo riflessioni di pensatori come Remo Bodei, Heidegger e Agamben, si può distinguere un oggetto come entità con valore d’uso da una cosa che entra in relazioni, storia e cura collettiva. Quando un frigorifero segnala una scorta mancante o l’auto dialoga con il parcheggio, l’artefatto smette di essere mero strumento e diventa protagonista di reti relazionali che ridefiniscono il tessuto sociale.

Conseguenze pratiche

Questo passaggio implica una diversa attenzione alla progettazione, all’usabilità e alla responsabilità. Le interazioni machine-to-human richiedono che tecnici, filosofi e policy maker lavorino insieme per evitare che la tecnologia produca alienazione o disuguaglianze. La conversione in cose obbliga inoltre a ripensare normative, etica dei dati e meccanismi di partecipazione civica.

La nuova concezione di sicurezza: partecipata, anticipatoria, resiliente

Con l’interconnessione delle cose cambia anche il concetto di sicurezza. Come riportato da Giovanni Villarosa e da studiosi come David Omand, la sicurezza non è più solo difesa dello Stato ma un processo collettivo che integra protezione, intelligence e policy pubbliche. La strategia moderna richiede un approccio all-risk: prevenzione, anticipazione delle tendenze e capacità di ripresa sociale. La cooperazione fra cittadini, istituzioni e aziende diventa quindi centrale per rilevare segnali premonitori e intervenire prima che si manifestino crisi.

Humint, big data e tecnologie belliche

Nonostante il potenziamento degli strumenti digitali, la capacità umana di interpretare e contestualizzare le informazioni rimane essenziale. La Humint evoluta, integrata con tecnologie come riconoscimento facciale, analisi big data e sistemi di sorveglianza, continua a guidare le decisioni operative. Strumenti utilizzati in conflitti recenti, come sistemi di targeting basati su AI (Lavender, The Gospel, Where’s Daddy), droni suicidi (Harop, Rotem), torrette autonome e piattaforme di analisi massiva (tra cui Cloud Microsoft Azure o Palantir), dimostrano come la guerra informativa si basi su un mix di tecnologia e talento umano. La sfida è evitare che la sola accumulazione di dati soppianti la capacità di leggere il contesto e prevedere gli eventi, mantenendo al centro la formazione multidisciplinare degli analisti.

Autore

Ilaria Mauri

Ilaria Mauri, bolognese, decise di seguire il giornalismo sportivo dopo una notte al Dall'Ara durante una partita decisiva: oggi coordina le pagine di competizioni e commenti. In redazione predilige reportage sul campo e conserva il biglietto di quella partita come prova della svolta.