Nel panorama attuale, la libertà di espressione e il concetto di censura stanno subendo una trasformazione radicale. Le grandi aziende tecnologiche, o Big Tech stanno giocando un ruolo sempre più centrale in questo cambiamento. Ma come stanno influenzando il dibattito pubblico e la nostra capacità di esprimerci liberamente?
Per comprendere appieno questa dinamica, è necessario esaminare due aspetti fondamentali: la natura delle shitstorm e la ridefinizione del potere nel contesto digitale.
Le shitstorm: un fenomeno automatizzato
Le shitstorm o tempeste di indignazione online, non sono fenomeni spontanei. Sono spesso il risultato di sistemi automatizzati che utilizzano bot e troll farm per amplificare determinati temi o paure collettive. Questo meccanismo è strettamente legato al potere politico, come evidenziato nel saggio Gli ingegneri del caos di Giuliano da Empoli.
Gli utenti reali, attratti da picchi di indignazione, finiscono per imitare il comportamento dei bot, creando quello che il filosofo coreano Byung-Chul Han definisce sciame digitale. Questi aggregati di individui isolati si muovono simultaneamente, ma svaniscono con la stessa rapidità con cui appaiono, senza lasciare veri sedimenti culturali.
L’impatto sulla libertà di espressione
Da un lato, gli individui meno disposti a sopportare la gogna mediatica evitano inevitabilmente di esporsi. Dall’altro, coloro che li criticano credono di essere liberi perché possono attaccare l’intellettuale, il politico o l’artista. Tuttavia, questa espressione è spesso sussunta dalle logiche del capitale digitale che orienta le loro reazioni emotive e monetizza i loro dati.
Non si tratta di censura in senso proprio, ma di un forte orientamento del pensiero, delle opinioni e delle reazioni emotive. Tecniche come il rage bait che pubblicano contenuti volti a suscitare aggressività, generano traffico e interazioni, monetizzando la rabbia, un’emozione apparentemente spontanea ma in realtà pilotabile.
La ridefinizione del potere nel contesto digitale
Se la censura deriva tradizionalmente dal potere, oggi dobbiamo interrogarci sul senso e sui luoghi del potere. Come sostiene Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza il potere oggi è sempre più legato al nuovo capitalismo sorto all’inizio del millennio e fondato sulle tecnologie digitali. Questo potere è essenzialmente antidemocratico, basato sul sistematico e occulto condizionamento delle scelte individuali.
I media hanno sempre selezionato i temi a cui il pubblico deve pensare, ma oggi c’è una sostanziale differenza. L’intelligenza artificiale e gli algoritmi sono agenti decisionali autonomi, in grado di creare idee e selezionare autonomamente cosa il pubblico deve vedere. Le aziende del capitalismo digitale esercitano questo potere in un vuoto normativo quasi totale.
Yuval Noah Harari in Nexus sottolinea che la stampa, la radio e la TV erano strumenti usati dagli umani per diffondere informazioni, mentre l’intelligenza artificiale e gli algoritmi sono agenti decisionali autonomi. Questo cambiamento ha un impatto significativo sulla libertà di espressione e sulla censura.
Qualunque discorso legato alla libertà di espressione e alla censura non può prescindere da questi aspetti. I temi della nuova inquisizione e delle polarizzazioni virulenti vanno inquadrati in un ambito più ampio, come conseguenza di questioni globali complesse: le crescenti divisioni politiche, la crisi delle democrazie liberali, l’ascesa delle ideologie nazional-populiste, lo strapotere del capitalismo digitale e le crisi economiche globali.
È più che mai compito dell’intellettuale indagare questi aspetti, sobbarcandosi, forse, anche i rischi della gogna mediatica.



