Supergirl prova a ridefinire un personaggio noto introducendo una versione sporca, cinica e autodistruttiva di Kara Zor-El. Il film, diretto da Craig Gillespie e inserito nel nuovo DC Universe plasmato da James Gunn, alterna sequenze d’azione a scene di dialogo che funzionano meglio quando privilegiano il carattere dei protagonisti rispetto allo spettacolo visivo fine a se stesso.
La pellicola, uscita in sala in Italia il 25 giugno 2026 punta sul contrasto tra la figura eroica attesa dal pubblico e una giovane kryptoniana che preferisce l’alcol e le bettole interplanetarie alla retorica del simbolo della speranza. Questa scelta tonale è l’idea più interessante del film, ma non sempre trova un supporto narrativo coerente.
Trama e tono: Kara Zor-El tra alcol e vendetta
La vicenda mette al centro il viaggio di una ragazza, Ruthye Marye Knoll decisa a vendicare la sua famiglia sterminata da un criminale noto come Krem delle Colline Gialle. Ruthye non possiede poteri ma la sua determinazione innesca l’azione: è il catalizzatore che coinvolge Kara, ormai lontana dall’idea classica di eroina, e la spinge a riappacificarsi con il proprio passato. Lungo la rotta si alternano pianeti, sparatorie e un ritmo che spesso privilegia la colonna sonora e la costruzione di momenti piuttosto che la fluidità di una trama integrata.
In questo contesto il cane kryptoniano Krypto assume un valore simbolico: il legame con le origini di Kara e la leva emotiva che alimenta la tensione tra vendetta e redenzione. Il film insiste sul contrasto morale, invitando a riflettere sul prezzo della vendetta, ma lo fa contro l’evidenza di un antagonista ritratto in maniera netta e priva di sfumature, elemento che indebolisce il dibattito etico proposto.
Interpretazioni e regia: Milly Alcock, Jason Momoa e le scelte visive
Milly Alcock è l’elemento più convincente: dona a Kara una voce propria, fatta di cinismo, fragilità e istinto, diversa dal modello di Superman. La sua presenza restituisce al film i momenti migliori, quando i personaggi si fermano e la narrazione si concentra sulle ferite piuttosto che sui colpi di scena. Accanto a lei, la new entry Eve Ridley (Ruthye) crea una dinamica di dipendenza reciproca che funziona sul piano emotivo.
Il cameo/ruolo di Jason Momoa nei panni di Lobo aggiunge una componente sorprendente: un cacciatore di taglie pragmatico che, con poche frasi, ridefinisce in modo diretto la morale della violenza contrattuale. Sul fronte della regia, invece, Craig Gillespie adotta soluzioni visive che risultano spesso riconoscibili e derivative: inquadrature che seguono il personaggio nel caos, montaggi a ritmo di canzone e riferimenti stilistici vicini a quanto già visto in produzioni sotto l’egida di James Gunn. Il risultato è piacevole ma non originale.
Coreografie e colonna sonora
Le sequenze d’azione sono ritmate e talvolta frammentate: alcune scene sembrano tagliate per conservare l’energia del singolo momento più che per costruire una coreografia organica. La colonna sonora, protagonista non secondaria, tende a trasformare sequenze in videoclip, enfatizzando lo «stile» a scapito dello sviluppo drammaturgico. Questa scelta accentua la sensazione che il film a tratti raccolga momenti invece di raccontare una storia compatta.
Messaggi, difetti e ciò che rimane
Il messaggio contro la vendetta è chiaro ma perde efficacia perché l’antagonista è rappresentato come un’entità priva di complessità: la mancanza di zone grigie rende la disputa morale meno credibile. Il film vorrebbe celebrare un’eroina irregolare e scomposta, ma spesso la riporta dentro un codice morale aggiornato e facilmente riconoscibile, tanto efficace quanto prevedibile.
Alla fine, Supergirl non è un fallimento: possiede intuizioni valide, una protagonista forte e qualche sequenza memorabile. Tuttavia soffre di una rielaborazione stilistica che lo rende familiare: assomiglia a un mix tra western spaziale e commedia d’azione, con riferimenti evidenti ad altri titoli contemporanei. Ciò che resta impresso è soprattutto la performance di Milly Alcock; il resto del film fatica a lasciare un’immagine destinata a durare nel tempo.



