La storia di Antonio De Luca Farms Inc. è un viaggio attraverso oltre un secolo e mezzo di passione per il verde. Guidata da Augusto De Luca, questa dinastia del florovivaismo ha trasformato una tradizione iniziata a Napoli nel 1870 in una piattaforma globale che opera tra Europa e Stati Uniti. Specializzata nella ricerca, coltivazione e movimentazione internazionale di specie ornamentali, tropicali e subtropicali, l’azienda rappresenta un punto di intersezione tra business, conservazione ambientale, cultura botanica e progettazione urbana.
L’ultima grande impresa di Augusto De Luca, l’allestimento della Serra della Biodiversità Tropicale a Roma è un esempio emblematico di come il verde e la biodiversità possano assumere un ruolo centrale nelle città del futuro. In questa conversazione, Augusto De Luca affronta i grandi temi del suo tempo: la trasformazione del mercato globale del verde, il valore strategico della biodiversità, la funzione culturale degli orti botanici e la necessità di ricostruire un rapporto tra nuove generazioni e mondo vegetale.
L’eredità imprenditoriale e la sua evoluzione
Guidare un’azienda con oltre 150 anni di storia significa custodire una tradizione e, al tempo stesso, reinterpretarla. Per Augusto De Luca, l’eredità imprenditoriale rappresenta una responsabilità prima ancora che un privilegio. La famiglia De Luca ha saputo evolversi nel tempo, diversificando le proprie attività. Mentre Augusto si è dedicato alle piante tropicali a Miami, suo cugino Massimo e i suoi figli Pasquale e Claudia continuano la tradizione dell’Arte Floreale in Italia, e uno zio, Pasquale De Luca, si dedica alla coltivazione di piante da interno.
Questa diversificazione dimostra come una tradizione possa rimanere viva senza restare immobile. Le attività si evolvono, i mercati cambiano e nascono nuove specializzazioni, ma il filo conduttore resta sempre lo stesso: la passione per le piante e la volontà di trasmettere alle generazioni future un patrimonio di conoscenze costruito in oltre un secolo e mezzo di esperienza.
La trasformazione del mercato globale del verde
Il mercato globale delle piante ornamentali, tropicali e subtropicali ha subito una profonda trasformazione negli ultimi due decenni. L’ingresso massiccio dei fiori e delle piante nella grande distribuzione organizzata ha reso il verde accessibile a un pubblico più ampio. Tuttavia, la rivoluzione più profonda è arrivata con Internet, i social media e le nuove tecnologie.
Oggi viviamo in un mondo in cui le immagini viaggiano in tempo reale e le tendenze si diffondono a livello globale in pochi giorni. Questo ha cambiato profondamente il rapporto delle persone con il verde. I social media hanno contribuito a diffondere una vera cultura delle piante, creando collezionisti, appassionati e comunità internazionali che condividono conoscenze, esperienze e nuove scoperte botaniche.
Il mercato del lusso, un segmento che la famiglia De Luca ha sempre servito, è un altro aspetto rilevante. Già il bisnonno di Augusto era fornitore della Casa Reale a Napoli, e tra i clienti figuravano alcune delle famiglie più importanti e facoltose dell’epoca. La ricerca della qualità, dell’eccellenza e della bellezza è rimasta la stessa, ma il mercato è cambiato profondamente.
Il valore strategico del verde ornamentale
Oggi il verde ornamentale non è più considerato un semplice elemento decorativo, ma una componente essenziale nella progettazione degli spazi. Hotel, residenze di prestigio, ristoranti, boutique di lusso e strutture ricettive utilizzano sempre più il verde per creare identità, benessere ed emozioni.
Il cliente di fascia alta cerca esperienze uniche e il verde contribuisce in modo determinante a definire il carattere di un luogo. Una pianta importante, un giardino ben progettato o una scenografia botanica possono diventare elementi distintivi quanto l’architettura o l’arredamento. Questo è stato dimostrato attraverso numerosi progetti realizzati negli Stati Uniti, tra cui le mostre di Dolce & Gabbana a Miami e l’allestimento del flagship store di Moncler a New York.
Il verde ornamentale sta assumendo un valore sempre più strategico: non rappresenta un costo, ma un investimento capace di aumentare l’attrattività, il prestigio e il valore percepito di una proprietà o di un’attività. Le grandi piante e gli esemplari maturi appartengono a questa categoria di elementi distintivi.
La Serra della Biodiversità Tropicale di Roma
La sfida più grande nella realizzazione della Serra della Biodiversità Tropicale di Roma non è stata quella tecnica o botanica, pur essendo entrambe molto complesse. La vera sfida è stata costruire un progetto capace di integrare obiettivi diversi ma complementari: la conservazione e la valorizzazione della biodiversità tropicale, il supporto alla ricerca scientifica, la divulgazione al grande pubblico e, allo stesso tempo, la sostenibilità economica dell’iniziativa.
Dal punto di vista botanico, sono state selezionate specie rare e di particolare interesse, molte delle quali difficilmente visibili al pubblico in Italia. Dal punto di vista tecnico, è stato necessario gestire aspetti legati all’acclimatazione, al trasporto internazionale e alla corretta collocazione delle piante in un contesto storico e scientifico di grande prestigio.
La sfida culturale è stata quella di dimostrare che il settore privato e le istituzioni pubbliche possono collaborare in modo virtuoso per realizzare progetti di valore per la collettività. La Serra della Biodiversità Tropicale rappresenta un esempio concreto di come competenze, esperienze e risorse diverse possano unirsi per creare qualcosa che arricchisce il patrimonio botanico, culturale e scientifico della città di Roma.
Custodire un patrimonio botanico significa assumersi una grande responsabilità. Ogni pianta rappresenta il risultato di migliaia di anni di evoluzione e porta con sé una storia legata al proprio ambiente di origine. Il nostro compito non è soltanto conservare queste specie, ma anche trasmetterne il valore alle persone. La conoscenza è il primo passo verso la tutela: le persone proteggono ciò che comprendono e apprezzano.
In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla perdita accelerata di habitat, il settore vivaistico ha una responsabilità sempre maggiore. I vivaisti non sono soltanto produttori di piante, ma custodi di un patrimonio genetico che, in alcuni casi, rischierebbe di andare perduto. Attraverso la coltivazione, la conservazione e la diffusione di specie provenienti da tutto il mondo, il nostro settore può contribuire concretamente alla tutela della biodiversità e alla sensibilizzazione del pubblico sui temi ambientali.
Il verde rappresenta uno strumento fondamentale per migliorare la qualità della vita nelle città, mitigare gli effetti del cambiamento climatico e rendere gli spazi urbani più resilienti e vivibili. La sfida del futuro sarà quella di coniugare sempre più ricerca, sostenibilità e produzione, trasformando il vivaismo da semplice attività economica a protagonista attivo della conservazione ambientale.
Gli orti botanici, storicamente luoghi di studio e ricerca, possono oggi diventare nuove infrastrutture culturali urbane, al pari di musei, biblioteche e istituzioni formative. Credo che oggi gli orti botanici abbiano tutte le caratteristiche per essere considerati vere e proprie infrastrutture culturali urbane. Non sono più soltanto luoghi dedicati alla ricerca scientifica o alla conservazione delle collezioni botaniche, ma spazi aperti alla città, capaci di promuovere conoscenza, educazione e benessere.
In un mondo sempre più digitale e urbanizzato, gli orti botanici offrono alle persone l’opportunità di ristabilire un contatto diretto con la natura, comprendendo meglio il valore della biodiversità e dell’ambiente. Così come un museo custodisce opere d’arte e una biblioteca custodisce il sapere, un orto botanico custodisce un patrimonio vivente che appartiene a tutti. Per questo il suo ruolo culturale e sociale è destinato a diventare sempre più importante nei prossimi anni.
Le nuove generazioni stanno crescendo in un ecosistema sempre più digitale e immateriale. Ritengo che si stia perdendo il rapporto diretto con il mondo vegetale. In parte sì, soprattutto perché le nuove generazioni trascorrono sempre più tempo in ambienti digitali e sempre meno a contatto diretto con la natura. Molti bambini oggi riconoscono più facilmente un marchio o un’applicazione che una pianta o un albero.
Detto questo, non credo che l’interesse per il mondo vegetale sia diminuito. Al contrario, negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente curiosità verso le piante, favorita anche dai social media e dalle nuove forme di comunicazione. Sono nati nuovi appassionati, collezionisti e una maggiore sensibilità verso i temi ambientali. La vera sfida è trasformare questo interesse virtuale in un’esperienza reale. Nessuna fotografia, per quanto bella, può sostituire l’emozione di osservare una pianta dal vivo, sentirne il profumo o comprenderne la storia e il valore.
Per questo credo che orti botanici, giardini e serre abbiano oggi una missione ancora più importante: aiutare le persone, soprattutto i più giovani, a riscoprire quel legame diretto con la natura che nessuna tecnologia potrà mai sostituire. La tecnologia è uno strumento straordinario e può aiutarci a diffondere conoscenza, ma non dovrebbe mai sostituire il contatto diretto con il mondo naturale. Le piante non si comprendono davvero attraverso uno schermo: bisogna osservarle, toccarle, prendersene cura e imparare a rispettarne i tempi. È proprio da questa esperienza diretta che nasce il rispetto per la natura e la consapevolezza della sua importanza nella nostra vita quotidiana.
Credo che oggi sia fondamentale passare dalla teoria alla pratica. Se vogliamo avvicinare i giovani al mondo vegetale, dobbiamo offrire loro esperienze concrete e coinvolgenti. Per questo motivo, all’interno del nostro progetto abbiamo previsto un calendario di eventi e iniziative dedicate soprattutto ai più giovani. L’obiettivo è mostrare le piante in modo diretto e comprensibile, trasformando la curiosità in conoscenza.
Organizzeremo attività dedicate alle piante tropicali da frutto e alle colture che fanno parte della vita quotidiana di tutti noi. Ad esempio, molti ragazzi conoscono il cioccolato, ma pochi hanno visto un albero di cacao con i suoi frutti. Mostrare loro la pianta, spiegare come cresce e come dai suoi semi si arriva al prodotto finale significa creare un collegamento immediato tra natura e vita quotidiana. Lo stesso vale per il caffè e per molte altre specie tropicali. Credo che i giovani imparino molto più facilmente quando possono vedere, toccare e vivere un’esperienza reale.
I giovani non hanno bisogno di sentir parlare di biodiversità soltanto attraverso libri o schermi; hanno bisogno di vederla, toccarla e scoprirla con i propri occhi. È così che nasce una cultura botanica autentica e duratura.
Credo che la botanica sarà sempre più centrale nella progettazione delle città del futuro. Per molti anni il verde è stato considerato soprattutto un elemento decorativo; oggi sappiamo invece che contribuisce concretamente al benessere delle persone, alla qualità dell’aria, alla mitigazione delle temperature e alla vivibilità degli spazi urbani. Le città del futuro dovranno essere non solo più tecnologiche ed efficienti, ma anche più umane. E per essere più umane avranno bisogno di integrare la natura in modo sempre più intelligente e armonioso.
Non mi riferisco soltanto a parchi e giardini, ma anche a viali alberati, corti verdi, tetti e pareti vegetali, spazi pubblici progettati per favorire il contatto quotidiano con il mondo naturale. La nostra esperienza in questo campo risale a molti anni fa. Già negli anni Novanta abbiamo lavorato sulla capacità delle piante da interno di migliorare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi, prendendo spunto dagli studi condotti dalla NASA, che dimostrarono come alcune specie siano in grado di assorbire e ridurre la presenza di sostanze inquinanti presenti negli ambienti interni, contribuendo al benessere delle persone.
Dopo aver trascorso una vita tra le piante, sono convinto che il verde non rappresenti un lusso, ma una necessità. Le città che sapranno investire nella natura saranno città più sane, più belle e più vivibili per le generazioni future. Per troppo tempo abbiamo progettato le città pensando principalmente agli edifici. Credo che il futuro ci porterà a progettare le città partendo dalle persone e dal loro rapporto con la natura.
Credo che nei prossimi dieci anni assisteremo a una crescente domanda di qualità, unicità e specializzazione. Il mercato sarà sempre meno orientato verso prodotti standardizzati e sempre più interessato a specie rare, esemplari maturi e progetti personalizzati per il settore residenziale, alberghiero e commerciale. Un’altra tendenza importante sarà l’aumento dell’attenzione verso il benessere delle persone e la qualità degli ambienti in cui viviamo. Le piante saranno sempre più considerate parte integrante dell’architettura e della progettazione degli spazi, sia interni che esterni.
Vedo inoltre grandi opportunità nella diffusione della cultura botanica e nell’interesse crescente delle nuove generazioni verso il collezionismo, la biodiversità e il mondo delle piante tropicali e subtropicali. Quello che un tempo era un mercato di nicchia sta diventando un fenomeno sempre più globale. Personalmente, credo che il vero fattore distintivo continuerà a essere la capacità di offrire competenza, qualità e autenticità. Le piante possono essere coltivate in molti luoghi del mondo, ma l’esperienza, la reputazione e la passione costruite nel tempo rimangono un patrimonio difficile da replicare.
Se dovessi definire il futuro del verde con tre parole — tra impresa, cultura e sostenibilità — quali sceglierebbe? Se dovessi scegliere tre parole, direi: conoscenza, responsabilità e passione. Conoscenza, perché solo comprendendo il valore del mondo vegetale possiamo proteggerlo e valorizzarlo. Responsabilità, perché chi opera nel nostro settore ha il dovere di preservare e trasmettere alle generazioni future un patrimonio naturale straordinario. E infine passione, perché senza passione non si costruiscono aziende che durano oltre centocinquant’anni, non si attraversano oceani per inseguire un progetto e non si dedicano intere generazioni della stessa famiglia al mondo dei fiori e delle piante.
Personalmente, dopo oltre quarant’anni trascorsi tra Miami e l’Europa, continuo ad emozionarmi ogni volta che vedo una pianta rara crescere, adattarsi e prosperare. È una sensazione che non è cambiata da quando ero ragazzo e che ancora oggi rappresenta la principale motivazione del mio lavoro. Credo che il futuro del verde nascerà proprio dall’equilibrio tra questi tre elementi: conoscenza, responsabilità e passione.
Se immagino la città ideale del futuro, immagino una città nella quale la natura non sia un elemento accessorio, ma una presenza costante nella vita delle persone. Una città dove un bambino possa crescere conoscendo non solo la tecnologia, ma anche il nome di un albero, il profumo di un fiore e il valore della biodiversità. Forse perché sono cresciuto in una famiglia che da oltre centocinquant’anni vive tra fiori e piante, ho sempre considerato il verde come qualcosa di molto più importante di un semplice elemento ornamentale. Le piante ci insegnano la pazienza, il rispetto dei tempi della natura e il valore della cura. Sono lezioni che oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di riscoprire.
Mi piacerebbe che gli orti botanici, le serre e i giardini diventassero luoghi sempre più frequentati dai giovani, non solo per studiare, ma anche per meravigliarsi. Perché spesso è proprio dalla meraviglia che nasce la conoscenza. Dopo oltre quarant’anni trascorsi tra Miami e l’Europa, e dopo una vita dedicata alle piante tropicali, continuo a pensare che il nostro compito più importante non sia soltanto coltivare piante, ma coltivare interesse, curiosità e rispetto per il mondo naturale.
Se penso a mio padre, a mio nonno e alle generazioni che mi hanno preceduto, mi rendo conto che tutti hanno piantato qualcosa di cui avrebbero visto i frutti solo in parte. Forse è proprio questo il significato più profondo del nostro lavoro: avere fiducia nel futuro. Per questo credo che ogni albero che piantiamo oggi sia un atto di fiducia nelle generazioni che verranno. E non riesco a immaginare un investimento più importante di questo.



