Nel dibattito su cosa renda «iconico» un oggetto di design, pochi team hanno saputo offrire risposte così evidenti come Barber & Osgerby. I loro prodotti sono comparsi sulle basi dei marchi più noti, da Vitra a Flos, da Magis a Cappellini, conquistando spazi museali e collezioni permanenti. La loro pratica si è distinta per la capacità di tradurre esigenze quotidiane in pezzi che appaiono immediati nella forma ma studiati nei dettagli, frutto di centinaia di sketch e modellini che fondono progetto e processo industriale.
Recentemente i due designer hanno annunciato la chiusura dello studio fondato nel 1996, scegliendo percorsi professionali separati dopo circa trent’anni di collaborazione. Nati nel 1969 e incontratisi al Royal College of Art, Edward Barber e Jay Osgerby hanno costruito insieme una poetica coerente che privilegia standard e leggibilità formale: una cifra stilistica che ha influenzato il linguaggio del design contemporaneo e che oggi viene indagata anche dalla mostra alla Triennale Milano, aperta fino a settembre.
Identità progettuale e tracce riconoscibili
La firma di Barber & Osgerby si manifesta attraverso elementi ricorrenti: superfici monomateriali, palette monocromatiche, curve morbide e un segno orizzontale ricorrente nelle sedute. Questo elemento funziona come un vero e proprio distintivo, riconoscibile nella Tip Ton per Vitra, nelle panche per la Portsmouth Cathedral e nella sedia per la riapertura del De La Warr Pavilion. La loro attenzione alla postura, alla produzione sostenibile e alla semplicità apparente ha fatto sì che oggetti quotidiani diventassero emblemi di un approccio progettuale basato sull’uso sensibile dello standard.
Filosofia e stile
Il lavoro del duo è attraversato da una certa «gentilezza»: calore nei materiali, innesti accoglienti e una cura per il dettaglio che non rinuncia alla produzione industriale. Spesso si accosta la loro poetica a quella di Jasper Morrison, per la ricerca di un’estetica sobria e funzionale. Ma la loro pratica non è minimale per moda: piuttosto, è un esercizio di chiarezza progettuale che privilegia la leggibilità delle forme, la durabilità e l’accessibilità, concetti definiti come design per tutti nel loro approccio.
Progetti, mostre e interventi
La loro produzione ha spaziato su scale e tipologie molto diverse: mobili, lampade, rivestimenti, prototipi tecnologici e persino monete commemorative. Tra i momenti espositivi si segnalano Double Space al Victoria and Albert Museum e la partecipazione con Forecast alla London Design Biennale, progetti che dimostrano come la pratica di Barber & Osgerby abbia sempre dialogato con la scala installativa oltre che con la produzione seriale. Le collaborazioni con aziende come Panasonic e incarichi istituzionali (dal telefono cellulare prototipo del 2007 alla torcia dei Giochi Olimpici del 2012) attestano la loro versatilità.
Cinque oggetti per capire il duo
Per orientarsi nella loro produzione bastano pochi pezzi: la Tip Ton (2011) studiata sulla postura e progettata per essere impilabile e riciclabile; la torcia delle Olimpiadi del 2012, alleggerita da un motivo con 8.000 fori che aumentano il grip; il Filo Sofa (2009), che scompone l’idea tradizionale di divano con grandi teli appoggiati a una struttura in rovere; il Poppins Umbrella Stand (2010) per Magis, un portaombrelli compatto in ABS pensato per i modelli contemporanei; e il Collector Cabinet (2015) per Glas Italia, una vetrinetta dalle curve riconoscibili che celebra l’amore per la modularità e la trasparenza. Questi oggetti raccontano insieme metodo, scala e semplicità espressiva.
Riconoscimenti, influenza e guardare avanti
Il lavoro di Barber & Osgerby è stato premiato e raccolto: dal Jerwood Prize al titolo di Royal Designer for Industry, fino alla London Design Medal, con pezzi conservati in istituzioni come il Vitra Design Museum, il Victoria and Albert Museum e il Metropolitan Museum of Art. La mostra alla Triennale Milano, aperta fino a settembre, offre un’occasione per rivedere questa traiettoria e per misurare l’impatto culturale di una collaborazione che ha saputo rendere «ordinarie» molte soluzioni progettuali. La scelta di lavorare ora separatamente apre interrogativi ma anche aspettative: la somma delle due carriere potrebbe generare nuove strade, così come è avvenuto in altri celebri duo del design.
Nel confronto con altre separazioni famose, dalla frattura tra i fratelli Bouroullec alle coppie storiche del progetto, il caso di Barber & Osgerby ricorda che il valore di un sodalizio non risiede solo nei prodotti ma nella capacità di far dialogare metodo, industria e attenzione alle persone. Qualunque siano i prossimi passi dei singoli, rimane il segno di una produzione che ha saputo trasformare la semplicità in icona e lo standard in risorsa progettuale.
