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24 Maggio 2026

We Bury the Dead: recensione del film di Zak Hilditch

Un racconto di perdita, ricerca e chiusura ambientato dopo una catastrofe: la componente emotiva supera il puro brivido

La pellicola We Bury the Dead, diretta da Zak Hilditch e datata 2026, propone un approccio al genere horror che privilegia l’introspezione. Protagonista è Daisy Ridley nel ruolo di Ava, affiancata da Brenton Thwaites (Clay), Mark Coles Smith (Riley) e Matt Whelan (Mitch). L’azione si colloca intorno a un’esplosione sperimentale avvenuta al largo di Hobart, in Tasmania: molte vittime risultano apparentemente decedute, ma alcune tornano in vita con comportamenti imprevedibili. Il film è attualmente disponibile su Disney+ e Hulu, ed è stato segnalato nelle classifiche dei titoli horror in streaming.

Un approccio diverso al genere

Più che inseguimenti e barricate, We Bury the Dead indaga il tema del lutto e della necessità di chiusura emotiva. Ava si unisce a un’operazione di volontari per recuperare e smaltire i corpi sulle aree periferiche della zona distrutta, ma il suo scopo è personale: ritrovare Mitch, il marito scomparso. L’organizzazione è guidata dall’esercito australiano, che fornisce brevi istruzioni su come affrontare i casi in cui i morti riemergono. Queste regole servono da cornice, ma il cuore del film resta la ricerca interiore della protagonista. Il tono è piano, spesso silenzioso, e le minacce più credibili appaiono quelle dei vivi segnati dal trauma, non solo quelle fisiche rappresentate dai non-morti.

La logica degli «undead»

Nel mondo costruito da Hilditch il concetto di zombi viene rielaborato: non esiste un unico comportamento uniforme. Alcuni ritornati sono aggressivi, altri indifferenti, altri ancora sembrano mosso da scopi rimasti incompiuti. Questo elemento trasforma i non-morti in specchi delle vite che hanno perso: compiono gesti quotidiani, tentano di concludere rituali o missioni emotive. Il risultato è che la minaccia diventa anche metaforica: gli scheletri del passato tornano, e chi resta deve decidere come rispondere. L’uso di queste variazioni permette al film di evitare la trama convenzionale del solo «sopravvivere».

Viaggio personale e rivelazioni

Il filo narrativo accompagna Ava mentre scavalca divieti e rischia la pelle per entrare nelle zone riservate dove era ospitato Mitch. Le rivelazioni non arrivano come semplici colpi di scena ma come ricostruzioni di una vita condivisa: si scoprono fragilità della coppia, il dolore per un figlio che non c’è stato e le omissioni che hanno segnato il rapporto. Il climax emotivo evita la semplice gratuità dello shock, privilegiando invece una catarsi intima. L’epilogo coinvolge una situazione particolarmente toccante legata alla moglie incinta di Riley, che rimette in discussione i confini tra vita, morte e memoria.

La scena dell’R.V. e la misericordia

Una sequenza che resta impressa è quella in cui Ava si rifugia in un R.V. abbandonato e scopre i membri della famiglia defunta intorno al veicolo. Di notte osserva il padre non morto che cerca di seppellire i suoi cari: il gesto, semplice e terribile insieme, svela il peso del dolore che lo costringe a continuare. Ava partecipa alla sepoltura e, nel gesto finale, pone termine alla sofferenza dell’uomo con un atto di misericordia. Quel momento sintetizza la scelta morale che percorre tutto il film: comprendere il dolore altrui e decidere come rispondere ad esso.

Interpretazioni e raccomandazioni

La prova di Daisy Ridley è il pilastro emotivo dell’opera: la sua interpretazione regge le pause, gli sguardi e i silenzi che sostengono la sceneggiatura. All’inizio il suo accento americano può disorientare lo spettatore abituato al suo timbro britannico, ma la recitazione trascina l’attenzione e quel dettaglio scompare progressivamente. Anche gli altri attori, come Brenton Thwaites, Mark Coles Smith e Matt Whelan, contribuiscono a costruire relazioni credibili e tese. Nel complesso il film emerge come un esempio di zombie che privilegia il cuore alla mera spettacolarità.

Perché guardarlo su streaming

Se cercate un titolo horror che sappia sorprendere senza abbandonare l’empatia, We Bury the Dead è una visione consigliata. È una delle opere horror in streaming che ha trovato spazio nelle classifiche recenti, citata anche da testate come Fangoria, e raggiungibile su Disney+ e Hulu. Lungi dall’essere un blockbuster rumoroso, funziona come una piccola gemma che può restare sottovalutata tra le novità: vale la pena cercarla se preferite racconti che esplorano il dolore, la memoria e la possibilità di trovare una forma di pace anche dopo l’irreparabile.

Autore

Susanna Capelli

Susanna Capelli ha raccontato una rievocazione veronese dal loggiato di Piazza Bra, promuovendo una linea editoriale che valorizza la storia locale sui social. Collaboratrice storica, possiede una collezione di programmi teatrali degli spettacoli veronesi come particolare biografico.