Nel panorama delle serie televisive sui viaggi nel tempo, Timewasters rappresenta una perla nascosta che merita maggiore attenzione. Questa commedia britannica, creata da Daniel Lawrence Taylor ha saputo unire elementi di fantascienza, jazz e umorismo intelligente in un modo unico.
La serie, andata in onda su ITV2 tra il 2017 e il 2019, racconta le avventure di un quartetto jazz di South London che, per caso, entra in una macchina del tempo e si ritrova catapultato nel 1926. Il gruppo è composto da Nick (interpretato dallo stesso Taylor), Jason al sassofono, Lauren alla batteria e Horace al trombone e voce.
L’idea originale e il confronto con Ritorno al Futuro
L’idea originale di Taylor era ancora più audace. Voleva chiamare la serie Black to the Future un titolo che giocava esplicitamente con il riferimento al celebre film Ritorno al Futuro. Tuttavia, Universal Studios non ha apprezzato l’idea e ha minacciato azioni legali, costringendo Taylor a ripiegare su Timewasters.
Nonostante il cambio di titolo, il riferimento a Ritorno al Futuro permea tutta la serie. Nella seconda stagione, alcuni personaggi dichiarano ironicamente di non aver mai visto il film. Proprio come Marty McFly introduce Chuck Berry al rock’n’roll nel finale della pellicola del 1985, il quartetto di Timewasters porta il jazz moderno nelle epoche passate, con tutte le complicazioni e i paradossi temporali del caso.
Un viaggio attraverso il tempo e la musica
Dopo l’atterraggio nel 1926, il quartetto si trova a vivere la cultura jazz dell’epoca, per poi saltare negli anni Cinquanta nella seconda stagione. Ogni salto temporale diventa un’occasione per confrontarsi con le percezioni razziali e la discriminazione che pervadono ogni era. La serie non gira attorno ai problemi: il razzismo sistemico viene affrontato frontalmente, senza flinch di fronte alle parti più brutte.
Timewasters riesce sempre a tornare a quell’umorismo strambo e bizzarro che mantiene tutto ancorato a una dimensione terrena e accessibile. È proprio questo equilibrio a rendere la serie speciale. Ha il ritmo serrato di una sitcom dove praticamente ogni battuta è studiata per strappare una risata, ma dietro c’è un’intelligenza narrativa che sa maneggiare concetti di nicchia legati al mondo del jazz e allo stesso tempo sviluppare un commento sociale articolato.
L’umorismo britannico e il cast
La serie ha quel senso dell’umorismo britannico che ricorda davvero Schitt’s Creek per tono e calore umano, ma con l’aggiunta di una componente fantascientifica e un cast prevalentemente nero che affronta questioni identitarie con leggerezza e profondità insieme. Timewasters è goffa, è sciocca, è commovente.
Per chi ama le commedie britanniche, per chi apprezza le serie che osano mescolare generi diversi, per chi cerca storie che sappiano far ridere senza rinunciare a dire qualcosa di significativo sul mondo, Timewasters rappresenta una scoperta che vale la pena fare. Due stagioni, dodici episodi, un viaggio attraverso il tempo e la musica che meritava di durare molto, molto di più.



