Nel podcast Italia in transizione promosso da Adnkronos e Shared Ground il professor Vincenzo Pepe traccia una visione non convenzionale dell’ambientalismo. In qualità di ordinario di diritto ambientale all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, presidente di FareAmbiente e responsabile ambiente della Lega, Pepe invita a guardare oltre la natura intesa come paesaggio e risorsa: per lui l’ambiente include culture, opere umane, lingua e identità. Questa prospettiva amplia il campo d’azione delle politiche ambientali, spostando l’attenzione dalla sola conservazione alla qualità complessiva della vita quotidiana.
La riflessione di Pepe non demonizza la tecnologia, ma chiede che venga resa compatibile con obiettivi di sostenibilità. Piuttosto che scelte ideologiche, propone strumenti pratici per bilanciare sviluppo ed equità: l’approccio realistico privilegia la mitigazione dei rischi e la governance delle trasformazioni industriali. Nel discorso emergono temi ricorrenti — dalla gestione dei rifiuti speciali alla politica energetica — sempre declinati in termini di responsabilità e metodo: decisioni collettive informate dal metodo scientifico e da valutazioni di impatto reali, non da slogan o paure.
Riconsiderare il concetto di ambiente
Per Pepe l’ambiente non è un concetto chiuso: è un sistema che comprende usi civici, tradizioni, infrastrutture e tecnologie. Definire l’ambiente così significa che la tutela non può limitarsi a proteggere aree verdi, ma deve intervenire sulla qualità dell’aria, sui paesaggi costruiti e sulle pratiche quotidiane. Questo cambio di prospettiva sposta l’accento sulla qualità della vita come criterio centrale delle politiche, collegando temi apparentemente lontani come la scuola, la salute pubblica e la scelta degli impianti energetici. In tal senso, la sostenibilità diventa uno strumento per migliorare condizioni pratiche e non solo un obiettivo astratto.
Implicazioni pratiche e dilemmi etici
La pratica pone questioni concrete: come gestire i rifiuti ospedalieri o radioattivi che sono essenziali per la medicina ma problematici per lo smaltimento? Pepe rigetta atteggiamenti di tipo not in my backyard e sottolinea l’importanza della responsabilità locale: accettare il problema e organizzare soluzioni effettive invece di spostarlo. Sul piano etico la sfida è chiara: conciliare il beneficio sociale derivante da certe tecnologie con la necessità di impianti e siti adeguati per la loro gestione, evitando che la politica si limiti a scaricare i costi su altri territori.
Sostenibilità come gestione del rischio
Al centro della proposta c’è il concetto di realismo: non esistono condizioni ideali prive di rischio e non è praticabile l’eliminazione totale dei rifiuti. L’obiettivo diventa allora la mitigazione del rischio, ossia individuare soluzioni che riducano le minacce senza compromettere la qualità della vita. Questa impostazione si pone contro sia chi propone una decrescita purista sia chi spinge al massimo la produzione senza limiti. In termini economici, Pepe chiede che le scelte di sviluppo siano governate piuttosto che subite, con interventi pubblici mirati e incentivi alla ricerca per tecnologie meno impattanti.
Tra regole europee e politica industriale
Il dibattito coinvolge anche il Green Deal e la tensione tra regole ambiziose e esigenze produttive di paesi come Italia e Germania. Pepe indica la necessità di un equilibrio: criticare gli eccessi regolatori non significa abbracciare la deregulation totale, così come confidare nell’autoregolazione del mercato non risolve tutte le esternalità ambientali. Secondo lui la transizione deve essere sostenuta da politiche pubbliche efficaci, empiriche e condivise, che si basino su dati e non su impulsività emotiva.
Energia, ricerca e sovranità tecnologica
Sul fronte energetico la proposta è pragmatica: un mix che integri rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, geotermico) e investimenti in nucleare di nuova generazione, con ricerca su fissione, fusione e piccoli reattori modulari. Pepe segnala una contraddizione italiana: importare energia nucleare senza aver sviluppato capacità proprie limita la sovranità tecnologica. Per questo serve puntare su ricerca e produzione nazionale per evitare dipendenze, promuovendo al contempo l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni per motivi di salute pubblica.
La dimensione geopolitica completa il quadro: gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa hanno strategie diverse sulla transizione e l’Unione rischia di restare schiacciata se non costruisce una politica industriale credibile. In conclusione, Pepe invoca una transizione culturale che richiede tempo, gradualità e consenso: l’educazione — in particolare una seria educazione ambientale nelle scuole — è fondamentale per radicare comportamenti responsabili. Solo un mix di scienza, pragmatismo e partecipazione collettiva può rendere la trasformazione sostenibile e socialmente accettabile.
